“Lavorare solo uve autoctone”, il credo di Eredi Legonziano

PESCARA – Eredi Legonziano è senza dubbio una delle cantine più interessanti dell’area frentana. In rappresentanza di questa azienda è intervenuta Simona Nicolini durante la masterclass che si è tenuta martedì 18 luglio a Pescara, nell’ambito del tour itinerante organizzato dal Consorzio Tutela Vini per promuovere il nuovo marchio collettivo “Trabocco Spumante d’Abruzzo Doc”, raccontando a operatori del settore e winelover le bollicine abruzzesi che si stanno già facendo largo sui mercati. “Il marchio collettivo è un patrimonio di tutti i soci del Consorzio – ha commentato in una nota Alessandro Nicodemi, presidente del Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo – e speriamo che sempre più cantine ne facciano richiesta di utilizzo, anche in vista della prossima vendemmia”.

La degustazione al ristorante Bacone, che ha compreso 8 vini di 4 differenti aziende, è partita proprio con Eredi Legonziano, cantina che produce esclusivamente spumanti. Innanzitutto è toccato al Trabocco Montonico, che ha dato la possibilità di tornare a parlare ancora una volta di un vitigno autoctono che sembrava ormai dimenticato. In realtà, il Montonico presenta una serie di caratteristiche organolettiche che di fatto lo rendono perfetto per le bollicine: l’accostamento poteva sembrare ardito, e in realtà si rivela vincente.

Nicolini ha spiegato che Eredi Legonziano, realtà nata nel 1968 e la cui sede è a Lanciano, ha sposato in pieno la filosofia del marchio Trabocco ma, a livello di produzione delle bollicine, nasce già vent’anni fa, a conferma di un percorso che oggi giunge a compimento. Il Montonico è l’unico brut, e la mission dell’azienda è chiarissima: lavorare solo uve autoctone, cioè “uve altamente vocate per la spumantistica”, precisa Simona. La seconda degustazione ha visto protagonista il Trabocco Passerina, più delicato e forse meno incisivo del Montonico, ma comunque interessante. I prezzi, poi, sono competitivi: il Legonziano può costare al ristoratore tra i 5 e i 6 euro.

Massimo Di Cintio è stato ancora una volta il “Cicerone” che ha guidato i presenti attraverso l’assaggio dei vari vini. Anche lui ne ha approfittato per fare un raffronto con il passato: “Quando dieci anni fa mi veniva chiesto di parlare degli spumanti in Abruzzo, io rispondevo: “Facciamoli fare a chi li sa fare”, ma il mondo nel frattempo è cambiato almeno un paio di volte. E così oggi lo spumante abruzzese è un prodotto di eccellenza. L’ottica dei vini Trabocco Doc è quella del metodo Martinotti-Charmat. C’è anche un discorso relativo al fatto di evitare lo sfruttamento delle nostre uve: prima, magari, succedeva che venissero mandate fuori regione per poi tornare qui dopo essere state vinificate da qualcun altro. Adesso, invece, parliamo di raccolta, vinificazione e spumantizzazione che avvengono tutte in Abruzzo”.

Quando è nata l’idea del marchio collettivo Trabocco, è avvenuta un’altra importante rivoluzione: “Un produttore aquilano mi ha chiesto: “Ma io cosa c’entro con i trabocchi?”. Non bisogna ragionare così”, ammonisce Di Cintio. “Questo, amo sempre ripeterlo, è un patrimonio culturale che appartiene a tutto l’Abruzzo, come lo è il Gran Sasso ad esempio: noi siamo una cosa piccolissima, quindi è stata fatta una scelta interessante. Dopo la partenza del Giro d’Italia dalla costa dei trabocchi, che ci ha dato una grande visibilità in televisione, hanno iniziato a chiamarmi da tutte le regioni chiedendomi: “Ma che cosa avete combinato?”. Ciò conferma il grande potenziale di questo territorio”.

E poi, come si diceva, c’è il Prosecco che ‘aleggia’ su di noi: “Il mercato del Prosecco oggi è una roba spaziale, con numeri da favola”, afferma Di Cintio. “Il Prosecco Rosé, la cui prima annata è del 2019, produce una quantità considerevole in termini di ettolitri. Insomma, il Prosecco ha aperto un’autostrada dalla quale è sbagliato stare lontani”. Ciò che sotto un certo punto di vista ha “salvato” il vino abruzzese è stato il fatto di avere scommesso sull’autoctono: “Molti puntarono sul rinnovamento dei vini coltivati perché volevano i vitigni internazionali”, chiarisce Di Cintio. “Gli autoctoni erano difficili da coltivare e difficili da gestire in cantina. Non c’era ancora l’uso del freddo. Ma in Abruzzo ci abbiamo creduto, e da anni si assiste a un fenomeno di recupero: inizialmente c’è stato un boom del Pecorino, vitigno di montagna che vuole l’ombra, ma ora siamo già in un’altra fase”.

A tale proposito, segnaliamo gli assaggi del Casal Thaulero Voilà Pecorino e del Citra Aurae Stelle Pecorino: “Nessuna di queste bollicine è invadente”, sostiene Di Cintio. “Sono tutti vini molto raffinati”. Concordiamo. Ma torniamo al mercato. Allo stato attuale le tendenze sono molteplici: c’è il succitato Montonico, ma c’è anche il Rosè, che non vuol dire necessariamente solo Cerasuolo. “Il consumatore magari segue le mode, ma evolve. All’estero prima hanno approcciato il palato con la dolcezza e poi hanno tolto i clienti alla Coca-Cola, proponendo un vino zuccherino. Il Cerasuolo ha una sua identità, ma chi ci impedisce di fare una Doc Rosé come vuole il mercato?”, si chiede Di Cintio.

La quinta degustazione ha proposto il Vinco Venere Bio bianco, uno spumante che ha fatto 100 giorni sui lieviti e che propone un mix straordinario, di quelli che ti stregano: 87% Cococciola e 13% Pecorino. Il trittico finale è stato tutto incentrato sui Rosé: il Vinco Extra Dry, il Voilà e il Citra Aurae Stellae, questi ultimi due davvero ottimi in abbinamento con la pizza. “E pensare che a metà anni ’90 non c’era alcun libro sul vino abruzzese: questo ci fa capire quanto fossimo indietro”, conclude Di Cintio. Ma la strada da fare è ancora tanta. Mai fermarsi, se si vuole continuare a crescere e a dire la propria in ottica nazionale (e non solo).

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Autore dell'articolo: Redazione